
Il maggiore ostacolo alla risoluzione dei conflitti coniugali.
Il fattore che più di tutti determinerà se la consulenza coniugale può aiutare una coppia è se i coniugi sono disposti a perdonarsi reciprocamente per le colpe del passato. Va detto che il problema del perdono non riguarda solo i conflitti coniugali; anzi, prima o poi nel corso della nostra vita questo problema tocca ciascuno di noi. In realtà, troppe persone lasciano che l’incapacità di perdonare una persona avveleni e distrugga tutte le altre relazioni della loro vita. È stato proprio il caso di un uomo che si è rivolto a me anni fa: la sua rabbia nei confronti di un pastore aveva distrutto la relazione con sua moglie e i suoi figli. Quando ho incontrato lui e la moglie per un ultimo tentativo di conciliazione, il marito mi ha detto: “Piuttosto che perdonare quell’uomo, manderei al diavolo mia moglie e i miei figli!”. Per quanto possa suonare terribile, è il triste capolinea dell’incapacità di perdonare che distrugge l’anima dell’uomo e la priva dei rapporti più importanti.
Per poter adeguatamente comprendere il problema del perdono, voglio cominciare parlando del motivo per cui è necessario perdonare. La prima volta che nella Bibbia incontriamo un conflitto tra gli uomini è tra Caino e Abele. La Genesi 4:3-16 racconta cosa è successo tra i due fratelli e ci illustra chiaramente la spirale discendente della rabbia e dell’incapacità di perdonare. Nei versetti 3-5 è descritto l’inizio del problema tra Caino e Abele: non si tratta di un conflitto diretto, bensì di un problema di aspettative personali. La Bibbia dice: ”avvenne che Caino fece un’offerta di frutti della terra all’Eterno; 4 Ora Abele offerse anch’egli dei primogeniti del suo gregge e il loro grasso. E l’Eterno riguardò Abele e la sua offerta, 5 ma non riguardò Caino e la sua offerta.” Pur potendo vedere che Dio aveva dato un esempio del tipo di offerta gradita, Caino portò un’offerta diversa pensando che Dio l’avrebbe senza dubbio accettata. Per Caino il problema è sorto quando le sue speranze circa la reazione di Dio sono rimaste deluse.
La questione delle aspettative è spesso la causa primaria delle offese che sentiamo di avere subito. In ossiamo leggere: “Anima mia, riposati in DIO solo, perché la mia speranza viene da lui.” Il principio fondamentale qui descritto è che le nostre aspettative, quindi le nostre speranze, devono provenire esclusivamente da Dio. Nutrire delle aspettative su Dio o su qualcun altro non porterà a nulla di buono. Le scritture qui non affermano che le mie speranze sono riposte su o in Dio, bensì da Dio, unica sorgente legittima della mia speranza. Quando Dio dice, possiamo concretamente sperare che invocando Dio, lui ci salverà. Questa è la vera aspettativa che proviene da Dio. Dire che non avrò mai nessun problema nella vita perché spero che Dio mi tenga lontano dai guai non è una speranza realistica proveniente da Dio, è piuttosto un’aspettativa che gli imponiamo, ma che Egli non è tenuto a soddisfare. Spesso il nostro problema non riguarda solo le nostre aspettative circa Dio bensì, invece di sperare solamente in Dio, proiettiamo le nostre aspettative sulle altre persone. Quando lo facciamo, ci mettiamo nella condizione di vederle deluse.
Geremia 17:5-8 ci dà un esempio del contrasto tra chi ripone la propria speranza negli uomini e chi basa la propria vita unicamente sulla speranza in Dio. “5 Cosí dice l’Eterno: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e fa della carne il suo braccio, e il cui cuore si allontana dall’Eterno! 6 Egli sarà come un tamerisco nel deserto; quando viene il bene non lo vedrà. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra salata senza abitanti. 7 Benedetto l’uomo che confida nell’Eterno e la cui fiducia è l’Eterno! 8 Egli sarà come un albero piantato presso l’acqua, che distende le sue radici lungo il fiume. Non si accorgerà quando viene il caldo e le sue foglie rimarranno verdi, nell’anno di siccità non avrà alcuna preoccupazione e non cesserà di portare frutto.
Facciamo attenzione alla differenza tra questi due gruppi. Vi è una maledizione su chi ripone la fiducia negli uomini, infatti le sue speranze saranno deluse. Le persone sono deboli e falliscono, non possono soddisfare le nostre aspettative poiché sono peccatori. Quando riponiamo la nostra speranza e fiducia nelle persone, spesso ci troviamo nella situazione descritta da Geremia: come un tamarisco nel deserto, incapaci di vedere il buono, senza sostentamento e privi di aiuto. Questo perché per confidare nelle persone dobbiamo inevitabilmente togliere la nostra fiducia a Dio. Chi confida solo in DIO è benedetto, gli vengono promessi sostegno e nutrimento. Chi confida in DIO produrrà frutti.
Vorrei fare una breve distinzione tra il problema dell’aspettativa e del desiderio. Non c’è nulla di male a desiderare che Dio compia un’azione per noi. Ovviamente Dio ci ordina di pregare per ciò di cui abbiamo bisogno e senz’altro dobbiamo desiderare che Egli esaudisca le nostre preghiere. Io desidero molte cose per i miei figli: desidero che siano obbedienti, ma devo distinguere tra il mio desiderio circa la loro obbedienza e la mia speranza di obbedienza. Dio vuole che noi siamo obbedienti, ma non se lo aspetta da noi. Vi suona sconvolgente? Sappiamo che Dio non si aspetta che noi siamo sempre obbedienti perché Gesù fu immolato da prima della fondazione del mondo. Dio sapeva che l’umanità sarebbe caduta nel peccato, eppure Egli volle stabilire una comunione con noi. Dio si aspetta persino che i Cristiani pecchino: nella Prima lettera di Giovanni 1:9 non dice, “se pecchiamo”, bensì “Se confessiamo i nostri peccatiif you confess your sin”. Il peccato è previsto, la confessione è desiderata. Dio desidera che camminiamo con Lui anche se Egli ha già messo in conto il fatto che siamo peccatori. In questo modo si ripara dal provare una profonda delusione nei nostri confronti. Il nostro peccato non ha mai deluso Dio: Egli è ovviamente dispiaciuto per noi poiché conosce le conseguenze del peccato. Dio detesta che i Suoi figli soffrano e pertanto desidera che facciamo la cosa giusta ed evitiamo la sofferenza del peccato. Devo fare la stessa distinzione per le persone che amo. Desidero che i miei figli facciano la cosa giusta, ma se non la fanno, devo capire che sono peccatori come me. Non posso nutrire un’aspettativa contraria alle Sacre Scritture e credere che non peccheranno mai: pensare ciò non sarebbe altro che una maledizione per la mia vita.
La speranza di Caino che Dio accetti il suo sacrificio è stata delusa e i risultati sono stati catastrofici. La prima risposta alla sua aspettativa delusa è stata che “Cain was very wroth, and his countenance fell.” Qui possiamo vedere che l’origine della maggior parte della rabbia è data dalle nostre stesse speranze frustrate. Intendo essere molto chiaro sul fatto che la rabbia non è qualcosa che ci capita o che ci viene imposta, è una nostra scelta. Nessuno può “farci arrabbiare”, infatti. Qualcuno potrebbe riuscire a provocarci molto bene ma la scelta di essere o no arrabbiati è solo nostra, e spesso il problema della rabbia è dovuto al fatto che abbiamo riposto un’aspettativa su qualcuno e, quando questa persona ci delude, rispondiamo come Caino: ci irritiamo e il nostro volto è abbattuto. C’è molto da dire sul tema della rabbia, tuttavia lo approfondiremo in dettaglio in un’altra occasione.
Dopo ciò, Dio cerca di curare Caino per le sue speranze sbagliate e la sua rabbia, invano. Infatti, Caino ha deciso di aver subìto un torto e pretende di essere ricompensato. Vediamo dunque Caino che va a cercare Abele nei campi e sappiamo che “Caino si levò contro suo fratello Abele e lo uccise.”
Qui il problema del risentimento, dell’asprezza e della vendetta si scontrano con uno spirito incapace di perdonare e le conseguenze sono funeste. Nel versetto 9, Caino è in negazione in quanto non riesce ad ammettere neppure a quel punto di essere nel torto e per questo Dio lo giudica nei versetti 10-12. Dio è stato misericordioso con Caino persino durante il giudizio: meritava la morte a causa dell’omicidio compiuto, però Dio gli ha concesso di vivere. Tuttavia, dinanzi alla misericordia di Dio, Caino fu ingrato e disse “Il mio castigo è troppo grande perché io lo possa sopportare.” Caino a quel punto passa a quella che a mio dire è la fase depressiva, nel versetto 14, dove continua a riferirsi a se stesso. Le persone depresse sono incredibilmente egocentriche. “tu mi scacci,” ” sarò nascosto,” ” sarò fuggiasco,” ” chiunque mi troverà mi ucciderà”. Io, io, io, mi, mi, mi. È il segno inconfondibile di una persona depressa; ciononostante, sfortunatamente, questa non è la fine della rovina di Caino. Nel versetto 16 infatti si legge “Caino si allontanò dalla presenza dell’Eterno.” Ecco la vera fine: se alimentata, l’incapacità di perdonare allontana la persona dalla presenza di Dio, come nel caso dell’uomo di cui parlavo all’inizio.
Pertanto, le aspettative deluse portano alla rabbia, che porta al risentimento, all’asprezza e alla vendetta, le quali conducono all’ingratitudine e alla depressione, che a loro volta allontanano la persona dalla presenza di Dio. Ovviamente non c’è sempre un filo diretto tra una cosa e l’altra: alcune persone passano direttamente dalla prima all’ultima, ma tutte queste reazioni peccaminose sono possibili e purtroppo molti matrimoni sono vessati da questi problemi, in un modo o nell’altro. La risposta a tutti i problemi che vediamo qui è il perdono.
Molte persone cercano di perdonare in un uno o due modi inefficaci. Alcuni provano il perdono logico, ossia cercano di ragionare per capire perché dovrebbero perdonare l’altro. Questo approccio non funziona poiché se l’altro continua a compiere ciò che ci aveva offeso in primo luogo e noi non siamo cambiati, ricadremo nel problema. Alla fine, non ha senso perdonare una persona che continua a recarci offesa. Altri provano il perdono emotivo, ossia pensano “Non voglio più essere arrabbiato e amareggiato, pertanto perdonerò l’altro, così potrò sentirmi meglio”. Però le emozioni cambiano continuamente: è come l’uomo che durante la consulenza matrimoniale mi ha detto: “Quando mia moglie si arrabbia, comincia a rivangare il passato e tira fuori tutto quello che ho fatto!”. Il perdono logico ed emotivo sono solo delle toppe, non risolvono il problema, lo celano per un certo tempo. Quando cedono, le persone divorziano o le relazioni vengono completamente distrutte.
La Bibbia parla di un tipo di perdono molto diverso, che qui chiameremo “perdono spirituale”. Il perdono spirituale si basa sulla Lettera agli Efesini 4:31-32, in cui si legge: “31 Sia rimossa da voi ogni amarezza, ira, cruccio, tumulto e maldicenza con ogni malizia. 32 Siate invece benigni e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonato in Cristo.” L’asprezza, lo sdegno e l’ira sono facili da capire, le maldicenze si riferiscono a ripetuti sfoghi verbali, parlare in modo cattivo equivale ad avere una comunicazione sbagliata con qualcuno, ossia parlarne male o rivolgersi a qualcuno con ira, e la malizia è l’avere intenzioni negative nei confronti di un’altra persona. Dio afferma che la risposta a tutto questo è praticare il perdono spirituale. Il perdono spirituale non si basa su ciò che pensiamo o sentiamo, bensì sulla scelta compiuta da Dio circa il perdono. Dio ha compiuto la scelta di perdonare in base a Cristo. Dio non ci perdona perché gli va di farlo, né perché la ritiene una buona idea; ha deciso di perdonarci per le azioni compiute da Gesù Cristo. La croce è il punto cardine del perdono. I sentimenti e le idee cambiano, ma ciò che Gesù ha fatto sulla croce rimarrà immutato. Paolo afferma che dobbiamo perdonare allo stesso modo in cui Dio perdona, dobbiamo perdonare per amore di Cristo.
Paolo ci dà un esempio di questo tipo di perdono nella Seconda lettera ai Corinzi 2:10-11, nella quale scrive “10 Or a chi voi perdonate qualche cosa perdono anch’io, perché anch’io se ho perdonato qualcosa a chi ho perdonato. fatto per amor vostro davanti a Cristo, 11 affinché non siamo sopraffatti da Satana, perché noi non ignoriamo le sue macchinazioni.” Questo è stato il perdono di Paolo, che ha considerato l’offesa e poi si è chiesto: “Cristo è morto per espiare questo peccato?” La risposta a questa domanda è sempre “sì” poiché Cristo è morto per tutti. Paolo ha quindi deciso di seguire la scelta di Cristo anziché le proprie idee e i propri sentimenti. Potrebbe capitarci di compiere questa scelta tutti i giorni o persino più spesso, per un po’ di tempo, ma come credenti dobbiamo perdonare come Dio perdona, per evitare che, come Paolo scrive, Di sicuro sappiamo già che a Satana piace intrappolare i Cristiani in questo peccato che è l’incapacità di perdonare.
Lasciatemi fare un’altra importante distinzione in merito a questa discussione sul perdono. Esiste una relazione tra il perdono e la riparazione, ma non sono la stessa cosa. Dio ha scelto di estendere l’offerta del perdono a tutti gli uomini attraverso Gesù Cristo. Tuttavia, non tutti gli uomini vengono salvati. Solo chi si pente e si rivolge a Dio accettando il Suo perdono può tornare ad avere la giusta relazione con Lui. Satana utilizza questo argomento per ferire molti credenti nelle loro relazioni. Un figlio o un’altra persona a noi cara è nel peccato e la relazione è compromessa. A questo punto, una persona che ignora la relazione tra il perdono e la riparazione dice qualcosa tipo “beh, se tu fossi un vero Cristiano, allora perdoneresti”, implicando che la vera Cristianità sia non dare peso al peccato senza pentimento e agire come se non esistesse. Questo non è il vero perdono. Il perdono deve essere offerto immediatamente in base a Cristo, ma la riparazione di qualsiasi relazione è subordinata anche al pentimento della persona per l’offesa commessa.
Il vero perdono da parte nostra ci evita di arrabbiarci e inasprirci contro gli altri, per questo la nostra relazione è giusta indipendentemente dalla loro risposta. Questo è molto importante per via di ciò contro cui Gesù ci ha messo in guardia nel Vangelo di Matteo 6:15, “ma se voi non perdonate agli uomini le loro offese, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre.” Dio ci offre il perdono per le nostre colpe e risana la relazione con noi dopo che ci siamo pentiti. Se ci rifiutiamo di estendere agli altri la stessa offerta, allora viviamo nel peccato e ci siamo anche alienati dalla giusta relazione con Dio. Rischiamo di seguire la strada di Caino verso l’autodistruzione.
Prima di poter apprendere a comportarci correttamente nell’ambito del matrimonio, dobbiamo decidere di perdonare le colpe del passato e rimetterle a Dio. Così ci libereremo dalla loro capacità di continuare a distruggere le nostre famiglie.
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